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  • La chiesa di San Lorenzino a Orco. Un ciclo di affreschi devozionali medievali

La chiesa di San Lorenzino a Orco. Un ciclo di affreschi devozionali medievali

La chiesa di San Lorenzino a Orco.

Un ciclo di affreschi devozionali medievali

L’altura in Pietra di Finale sulla quale sorge la chiesa di San Lorenzino di Orco, posta tra la valle di Cornei e l’ampia conca di Feglino, costituisce uno dei paesaggi più incontaminati e di maggiore suggestione del Finalese.

Il rilievo, naturalmente difeso su più lati da alte pareti rocciose, fu sede del castrum Orchae, menzionato nel diploma imperiale di Federico I del 1162, ma probabilmente di origini più antiche anche se continua ad essere molto dubbia – se non negata – la sua identificazione con l’Archae del diploma del 967 col quale Ottone I concedeva al marchese Aleramo sedici corti poste tra il Tanaro, l’Orba e il litorale marino. Si deve invece accogliere la derivazione del toponimo Orco dal termine Archa/arx, cioè un luogo elevato posto a dominio di un territorio, secondo la trasformazione fonetica della “a” in “o” nella dizione finalese, in analogia con quanto avvenne per Castel Gavone divenuto “Govone”.

Dell’antico castello si conserva sulla sommità del rilievo la base di una grande torre quadrata tardomedievale ad ingresso sopraelevato, circondata da un terrapieno sostenuto da un muro in malta.

La chiesa castrense di San Lorenzo è citata per la prima volta nel 1195, quando Enrico II, marchese di Savona, a rimedio dei suoi peccati, le donò la decima e le primizie sui suoi possessi a Orco derivanti dall’attività dei mulini e dei batenderi, cioè gli edifici per la macerazione e produzione della canapa, costruiti sulle acque nel territorio del castello di Orco, oltre che sulle vigne pertinenti alla chiesa.

L’edificio romanico fu sostituito da una nuova chiesa quattrocentesca ad aula unica, dotata di un’abside poligonale, decorata nel 1571 circa con affreschi incentrati sulla figura di Padreterno entro mandorla e le immagini degli evangelisti nelle lunette.

Tra fine XV e inizi XVI secolo, sulla parete destra della chiesa era stata realizzata una sequenza di affreschi devozionali, in riquadri delimitati da semplici cornici lineari in bianco e rosso.

Nella prima immagine da sinistra si coglie una santa con un paio di tenaglie in mano, identificabile con Santa Apollonia d’Alessandria, alla quale furono strappati i denti. In caratteri gotici, alla base dell’affresco si conserva solo in parte l’epigrafe dedicatoria: + Hoc opus fecit fieri t[….].

Purtroppo è andato anche quasi completamente perduto l’affresco successivo, organizzato sullo schema di un trittico entro una elegante cornice dipinta a racemi. Rimangono solo il capo di un santo diacono (San Lorenzo?), e una Madonna o figura di santa con le mani congiunte in atto di devozione dall’altro lato.

Oltre la finestra con intradossi decorati da fini racemi rossi, della successiva immagine si conserva solo una grata, simbolo del martirio di San Lorenzo, e una Vergine col Bambino, che tiene in mano il cardellino. Dell’iscrizione alla sua base, forse riconducibile alla devozione di Francesco Bruni da Noli, è ormai leggibile solo parte della data 1493 […M]CCCCLXXXXIII[.].

Segue una tipica iconografia medievale con un San Giorgio che uccide il drago e libera la principessa, mentre il re con la regina al suo fianco e alcuni notabili osservano la scena dalle mura merlate di una città dalle quali emergono tre torri cilindriche, anch’esse coronate da merli. In basso, si svolge la scritta dedicatoria: +hoc opus fecit fieri Bartolomeus Frexa.

Nel riquadro successivo verso destra, su un fondo giallo decorato da crocette nere a imitazione dei fondi d’oro medievali, è raffigurata una seconda Madonna, assisa su una cattedra lignea, che tiene in braccio il Bambino nell’atto di protendere le mani verso una figura genuflessa non meglio identificabile, con accanto un’altra immagine di santo in piedi.

Infine, la sequenza devozionale si concluse con una delicata immagine della Vergine in trono, nell’atto di porgere un frutto al figlio tenuto sulle ginocchia, con la mano sinistra rivolta verso la bocca e un uccellino stretto nella mano destra.

 

Nell’ambito del progetto MUDIF “Un magnifico museo diffuso”, sabato 28 marzo 2026 sarà possibile entrare nella chiesa e vedere i cicli di affreschi, che peraltro richiederebbero un urgente intervento di restauro per fermare il loro avanzato degrado e migliorarne la leggibilità.

[G.M.]

 

 

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