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Melodie rinascimentali nella sacrestia dell’abbazia di Finalpia

Melodie rinascimentali nella sacrestia dell’abbazia di Finalpia

Strumenti musicali nelle tarsie lignee di fra Antonio da Venezia

 

In questi giorni ricorre il 550° anniversario della concessione dell’abbazia di Santa Maria di Finalpia ai monaci olivetani, noti anche come i “benedettini bianchi” per il colore del loro abito.

Il 21 settembre 1476 il cardinale Giuliano della Rovere – destinato a divenire papa col nome di Giulio II nel 1503 – su incarico dello zio Sisto IV e accogliendo la richiesta inviata dal marchese BiagioGaleotto Del Carretto e dal rettore della chiesa di Santa Maria di Pia, introduceva nel possesso della chiesa e dell’annesso ospedale la Congregazione olivetana, fondata nel 1313 da san Bernardo Tolomei, che ne fissò la sede a Monte Oliveto Maggiore, tra le colline senesi.

In questo modo l’antica abbazia di Finalpia, già possesso nel 1170 del monastero benedettino di San Quintino di Spigno, entrò nel grande mondo dei monaci olivetani divenendo, nonostante le molte dispersioni, uno dei luoghi di riferimento più importanti per l’arte rinascimentale nel Ponente ligure.

Un momento significativo nelle vicende del monastero fu segnato tra il 1530 e il 1532 dall’elezione quale abate generale della Congregazione di fra Angelo Ceriani da Albenga.  Formatosi a Monte Oliveto, dove prese i voti, fra Angelo resse vari cenobi dell’ordine: Santa Maria Nuova a Roma (1523-24), Santa Maria delle Grazie a Portovenere (1524-25) e, a più riprese tra il 1518 e il 1535, Finalpia. A Monte Oliveto, fra Angelo sicuramente vide le porte intagliate per la biblioteca e gli stalli del coro ligneo della chiesa realizzati da fra Giovanni da Verona con la collaborazione del converso fra Antonio da Venezia, detto il Prevosto (1480 ca.-1549). Questi due abili artisti del legno avevano già eseguito una serie di opere in molti monasteri della congregazione e soprattutto nella chiesa di Santa Maria in Organo a Verona, dove avevano lavorato al coro e alla cornice della pala dell’altare maggiore destinata ad accogliere nel 1497 il dipinto di Andrea Mantegna con la Madonna in gloria tra santi, noto come la pala Trivulzio (oggi nella pinacoteca del Castello Sforzesco a Milano).

Dopo il suo ritorno a Finalpia, fra Angelo commissionò a fra Antonio una serie di arredi lignei, tra cui il coro, la cornice per l’ancona della Vergine sull’altare maggiore, un maestoso leggio e gli armadi della sacrestia decoratida tarsie, realizzate nel 1534-35 con l’aiuto di fra Michele da Treviglio sul modello delle alzate da mobile già eseguite col suo maestro a Verona.

Come annotò fra Angelo, le “spalere de la sacrestia de prospectiva” di Finalpia furono pagate con i 25 scudi donati da Paolo Del Carretto, vescovo della ricca diocesi francese di Cahors già retta dagli zii Carlo Domenico e Ludovico.

 

Nelle porte laterali e nei dossali degli armadi della sacrestia, fra Antonio riprese molti dei temi che ritroviamo nelle tarsie lignee realizzate in Italia tra Quattro e Cinquecento, con temi religiosi e laici ai quali si affiancavano elementi architettonici e naturalistici, dominati da un accentuato senso prospettico in una visione culturale ormai pienamente rinascimentale.

Tra gli oggetti raffigurati a Finalpia sono presenti anche alcune realistiche immagini di strumenti musicali usati in quell’epoca e immaginati come collocati su ripiani all’interno delle scansìe poste sui fondali degli armadi. Così, in questo ampio ambiente sembrano ancora risuonare le note delle musiche cinquecentesche, in una visione sospesa tra il mondo religioso e quello profano.

 

Per la Liguria, strumenti musicali simili erano già presenti nei pannelli realizzati da Anselmo De Fornari e Elia De Rocchi trent’anni prima per il coro della cattedrale sul Priamàr, ora riadattati nel presbiterio del duomo attuale.

Nell’armadio alla sinistra di chi entra, deposti sul ripiano superiore, si possono notare le immagini prospettiche di un liuto e di due tamburelli appesi.

Nell’armadio di destra, al di sotto di una gabbia con un cardellino a simboleggiare il suono della natura, è invece deposta una viola da braccio con tagli a “C” sulla cassa armonica e accanto il suo archetto. Si tratta di uno strumento a cinque corde, di cui una rotta appare svolazzare nel vuoto in una immagine simbolica frequente in questi contesti culturali, precorritore del moderno violino comparso tra Lombardia e Veneto nel primo trentennio del XVI secolo.

Nel grande pannello che riveste un’anta laterale, entro una struttura architettonica, si coglie invece una figura femminile a seno ignudo, intenta a contemplare un liuto sorretto nella mano sinistra e seduta accanto a uno sparuto albero e a un animale accovacciato, forse un giovane cervo. La donna è al centro di un paesaggio dominato da aspre rocce emergenti e, sullo sfondo, visioni di città. L’immagine può essere interpretata come una Allegoria della musica, secondo le numerose rappresentazioni pittoriche e a stampa cinquecentesche dedicate a questo tema.

Infine, fra Antonio intagliò nel legno di una parasta laterale di uno dei due armadi una elegante candelabra decorata da una sequenza di strumenti musicali a fiato (con trombe, una bombarda e una zampogna), a corda (una lira, un liuto, una viola e una ribecca) e, in basso, un organetto con le canne e il suo mantice.

La sacrestia e gli altri spazi dell’abbazia possono essere colti nella loro eccezionale qualità e bellezza durante le visite organizzate dalla comunità monastica nelle mattinate del sabato.

[Gr.Me., Gi.Mu.]

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