Un ultimo “preraffaellita” nell’abbazia di Santa Maria a Finalpia

Un ultimo “preraffaellita” nell’abbazia di Santa Maria a Finalpia
Padre Leandro Montini e la Cappella monastica (1940-1943)

Percorrendo il lungo corridoio del dormitorio cinquecentesco dell’abbazia di Santa Maria di Finalpia, attraverso una piccola porta si entra in un ambiente di grande suggestione, in cui la sacralità del luogo convive con la bellezza e l’originalità artistica: è la Cappella monastica, ancora oggi destinata alla preghiera prevista dalla liturgia delle ore nella regola benedettina.
Questo ambiente, raccolto e collocato all’interno della clausura, fu realizzato e decorato nel pieno della temperie bellica, tra il 1940 e il 1943, da dom Leandro Montini, una originale figura di artista appartenente alla comunità religiosa.
Nato nel 1885 a Osimo nelle Marche, Montini – assecondando entrambe le sue vocazioni – compì gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 1907 entrò come professo nell’abbazia di Finalpia da due anni riaffidata alla Congregazione sublacense.
A lui si deve il progetto di completamento dei due chiostri dell’abbazia, rimasti interrotti nella prima metà del Cinquecento per la crisi che aveva interessato la dinastia marchionale dopo la morte di Giovanni II Del Carretto nel 1535. Come ricorda la pergamena inserita nella pietra di fondazione delle nuove ali dei chiostri, essi furono realizzati in stile neo-rinascimentale nel 1921 grazie alla donazione di Pietra di Finale estratta nelle cave di Calvisio di Olinto Simonetti, mentre “frater d. Leander Montini monasterii monachus pictor ornamenta lapidaria affabre sculpsit”, cioè scolpì con maestria le decorazioni lapidee del chiostro.

Il ciclo decorativo della Cappella monastica di Finalpia s’incentra sull’affresco dell’absidiola, con una Crocifissione affiancata da due angeli in volo con incensieri. Un altro angelo è colto nell’atto di raccogliere in un calice il sangue del Cristo, con a lato San Benedetto e San Bernardo Tolomei, fondatore della congregazione olivetana; l’angelo a destra della croce è invece posto accanto al sepolcro della resurrezione scoperchiato, mentre la città di Gerusalemme compare sullo sfondo.
Nel riquadro sopra all’absidiola, una Madonna in trono è adorata da due monaci genuflessi affiancati da otto angeli, che rappresentano le invocazioni espresse durante la professione monastica e le beatitudini evangeliche.
Sulle pareti laterali, secondo un coerente progetto decorativo ricco di simbolismi religiosi, si sviluppano in sequenza da sinistra a destra sedici scene che riprendono i momenti dell’Anno liturgico, a partire dall’Avvento per giungere ai Misteri pasquali e terminare con la Festa dei morti. Sulla parete di fondo, è infine rappresentato il Mistero perenne, con un angelo intento a costruire la chiesa di Dio.
Nel registro superiore è invece presente una teoria di santi e sante, in molti casi legati alla devozione benedettina o onomastici dei confratelli coi quali padre Montini condivideva la vita monastica, mentre un nastro riavvolto con le parole del Salve Regina collega su tutta la lunghezza le varie figure.

È evidente il riferimento di questi dipinti ai polittici a fondo d’oro e ai cicli di affreschi medievali, in alternativa alle rappresentazioni convenzionali basate sui vari personaggi, riproposti attraverso simboliche figure angeliche alla luce di un rinnovato spiritualismo novecentesco.
In questa chiave interpretativa padre Montini può essere considerato come un ultimo tardivo esponente della corrente artistica dei Preraffaelliti, anche per l’originaria componente mistica e moraleggiante che caratterizzò questo movimento, nato a metà XIX secolo dal rifiuto delle concezioni artistiche rinascimentali e in antitesi con gli schemi correnti nell’Inghilterra vittoriana, ma attento anche ai temi dell’arte sacra.
Pur con le evidenti differenze legate ai riferimenti alla cultura pittorica medievale italiana, per questi dipinti non si può dimenticare la scuola artistica benedettina costituitasi nel 1868 nell’abbazia di San Martino di Beuron, nel Baden-Württemberg, dove il monaco-artista Desiderius Lenz (1832-1928) coniugò spiritualità e regole matematiche, ispirandosi all’arte del Beato Angelico e al classicismo accademico espresso dalla corrente tedesca dei Nazareni nella Roma di inizi Ottocento.
Il ciclo pittorico venne realizzato con l’antica tecnica a encausto, basata sull’uso di pigmenti miscelati con cera d’api applicata a caldo, ottenendo una particolare brillantezza dei colori.
Alla componente pittorica si associa la splendida soffittatura a cassettoni, sul modello delle coperture lignee medievali. Si devono sempre alla poliedrica attività artistica di padre Montini anche gli intarsi lignei della porta della cappella, del leggio centrale e, quale opera di oreficeria sacra, il piccolo tabernacolo posto sull’altare in lamina lavorata a sbalzo.

Dom Montini si spense a Finalpia nel 1958. Le sue realizzazioni, non solo legate al Finale e all’abbazia in cui visse, sono oggi sicuramente meritevoli di una più attenta valorizzazione, esprimendo un momento significativo e originale nell’arte non solo locale della prima metà del Novecento, con un ciclo decorativo nel quale gli aspetti artistici sono legati in modo indissolubile alla profonda spiritualità e al misticismo che animavano il mondo monastico benedettino.
Purtroppo, anche per la particolare tecnica adottata nella sua esecuzione, il ciclo pittorico della cappella appare ormai deteriorato in molti punti e bisognoso di improrogabili interventi di restauro.
[G.M.]


